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FRONTE RUSSO “Ceravamo anche noi”

FRONTE RUSSO  “Ceravamo anche noi”

Già la grafica del titolo “FRONTE RUSSO” stampato a grandi e rosse lettere  maiuscole, risuona come l’eco di un grido di dolore che si materializza nel colore del sangue e contrasta con il corsivo leggero e discreto, che recita sommesso nel sottotitolo c’eravamo anche noi. E proprio in questo contrasto è racchiusa l’essenza di quest’opera che nelle intenzioni dell’autore,  intende dare voce e volto ai 1841 soldati di Lecce e provincia che hanno servito la Patria combattendo e morendo sul Fronte Russo. L’immagine di copertina svela tutta la tristezza e l’angoscia di una lenta e faticosa marcia di soldati sconfitti due volte: prima, da nemici che si voleva sottomettere per bramosia di Potere di chi “non voleva perdere l’occasione di sedere da vincitore al tavolo della pace” al prezzo del sacrificio di migliaia di vite umane, poi dall’incapacità e consapevole cecità di chi questa guerra l’ha voluta, ma non ha saputo sostenere nelle tragiche difficoltà i propri soldati. L’autore, Marcello Quaranta, nato a Marittima (LE), figlio di un reduce di Russia ha realizzato, coadiuvato dalla moglie Marijke e dalla cugina Doretta Bandello, un lavoro encomiabile di ricerca, pervaso di grande umana sensibilità. Così si esprime accennando alla difficile e lunga consultazione di documenti:”...Ogni foglio matricolare, anche verso la fine della ricerca, suscitava in noi un senso di pena e di tristezza per le sofferenze che lasciavano intuire...”. Queste sue parole esprimono tutta la sofferente partecipazione alle vicende delle storie ascoltate e riportate nel libro perché diventino patrimonio di tutti, memoria collettiva e insegnamento per le generazioni future. L’autore sottolinea, nella premessa del libro, l’idea che forse tutto il lavoro sia stato determinato dal caso. In effetti tutta la ricerca prende l’avvio dall’occasione che pare essersi presentata allorquando il Preside del Liceo Capece di Maglie, dove egli svolge la propria attività di docente, lo incarica di organizzare un concorso indetto dal Ministero della Pubblica Istruzione sulla “Settimana della Cultura Russa”. Egli, allora, inserisce nel programma previsto per l’occasione una ricerca storico-iconografica sulla partecipazione di alcuni soldati salentini alla campagna di Russia durante la seconda guerra mondiale. Le testimonianze, le foto, le lettere e le cartoline scritte dal fronte russo ai familiari, esposte per la circostanza nell’Aula Magna dell’Istituto, commuovono tutti i partecipanti, gli studenti, i professori, i reduci intervenuti.

Poco tempo dopo, egli produce un saggio storico intitolato “Esperienze di alcuni soldati salentini in terra di Russia”. Qui egli raccoglie molte testimonianze inedite che rafforzano il suo già irrefrenabile bisogno interiore ad estendere ulteriormente la ricerca sulla partecipazione dei soldati leccesi a quella dolorosa tragedia. Tutto il contenuto del libro rivela, invece, che la ricerca non è assolutamente nata per caso!

Marcello Quaranta fin da piccolo ha ascoltato le vicende della guerra raccontate direttamente dal padre Mario, reduce di Russia. Ha letto le numerose lettere che venivano assiduamente spedite dal fronte, con le quali il soldato Mario Quaranta, autiere, nato a Como, informava la mamma Tullia, il papà Francesco e la sorella Uccia, delle sue condizioni di salute e dello stato di sicurezza della sua partecipazione alle operazioni di guerra. Lettere conservate come un piccolo tesoro dalla zia Uccia in un cofanetto celeste. Dunque, sin da piccolo l’autore ha visto nel padre l’eroe che ha vinto la “sua guerra” perché in una così immane tragedia era riuscito dove un numero sterminato di giovani soldati come lui, purtroppo, non era riuscito: a tornare vivo ai propri affetti familiari. Inoltre, nel corso del tempo, nell’intimo dell’autore, si era radicata la convinzione che l’essere nato nel nord Italia, fosse stato elemento decisivo per la destinazione del padre a combattere nelle fredde e sterminate pianure russe. Il percorso di studio e di ricerca lo porta a dover rivedere e ribaltare questa sua convinzione: il tributo di sofferenza e di vite umane distrutte è stato versato da nord a sud della nostra Penisola.  Ciò in contrasto con la comune convinzione che siano stati i soldati del Corpo degli Alpini, e in massima parte  soldati del nord Italia, gli unici a soffrire in quelle gelide terre e a vivere la più tragica ritirata della storia militare italiana. Emerge, nel corso della lettura del libro “FRONTE RUSSO c’eravamo anche noi, che  certamente è stato il livello culturale dei nostri giovani salentini: semplici carrettieri, manovali e contadini, in massima parte analfabeti, a limitare la consapevolezza della tragedia vissuta o darne una giusta divulgazione. L’esperienza della guerra, sia per i dispersi, che per i morti, che per i pochissimi sopravvissuti, rischiava dunque di rimanere confinata nei limiti delle mura familiari e scomparire definitivamente, disperdendosi nei meandri della memoria dei pochi che ne erano a conoscenza. Era più che mai importante e necessario rendere giustizia e merito e voce ai tanti giovani soldati leccesi che, secondol’autore, come il proprio padre avevano subito una guerra tanto ingiusta quanto inutile ad un prezzo davvero troppo alto!

L’elenco dei militari salentini sul Fronte Russo, riportato nel libro, conta 1841 soldati, di questi oltre un terzo risultano morti o dispersiDei prigionieri nei campi di concentramento russi, solo in 98 i rientrati in Italia. Alquanto singolare e commovente è la storia del soldato Carmelo Presicce di Scorrano, classe 1921, che risulta aver trascorso quattro anni di prigionia nel campo di Pakta Aral in Kazakistan. La sua presenza nel campo viene registrata dal Sergente Mario Ponte, anche lui prigioniero, nel suo libro: Diario di Guerra. I due reduci avranno la gioia di abbracciarsi cinquant’anni dopo a Scorrano, nel 1994, insieme ad un altro reduce di Maglie, Angelo Ferramosca. Dei leccesi prigionieri nelle sezioni del campo solo in quattro ritornarono a casa, tra cui Vito Luigi Caputo di Melissano, presente nel libro con la testimonianza raccolta dal figlio.

Nella testimonianza di Cosimo Palese di Felline, prigioniero nel campo 58/6, a 30 Km da Tiomnikov, si legge: ”Solo la voglia di vivere e la giovane età mi permise di sopravvivere alla cosiddetta marcia del davai”.

Infatti, l’età ha probabilmente giocato un ruolo in molti casi decisivo nella possibilità di resistere all’inferno bianco. Scorrendo l’elenco dei militari salentini sul fronte orientale, riportato nel libro, salta immediatamente agli occhi come i più anziani risultano per la maggior parte morti o dispersi. Solo alcuni nomi : classe 1907 Liuzzi Domenico di Taurisano, disperso il 22.12.1942; classe 1908 Congedo Rocco di Racale, morto in prigionia; classe 1910 Coletta Luciano di Ugento, disperso il 21.12.1942; classe 1912 Minerva Fortunato di Taviano, morto in prigionia e Lannocca Quintino di Racale, disperso; classe 1913 Angelelli Vincenzo di Galatina; Casto Giovanni di Casarano, morto in prigionia; classe 1915 Marti Antonio di Melpignano, disperso in combattimento. E poi ancora: Camassa Carmelo di Melendugno classe 1924, deceduto in prigionia a Tiomnikov il 29.03.1943 e Cuna Pasquale di Taviano, disperso il 03.01.1943, avevano appena diciannove anni! Troppo lunga e dolorosa la lista. Leggerla, dopo le testimonianze riportate nel libro, ogni nome, ogni data, ogni luogo menzionato, ogni situazione descritta da appena una o due parole, appare come vissuta anche dal lettore. Ogni nome assume tratti, espressioni, suoni familiari che si trasformano in sofferenza anche nell’animo di chi è solo spettatore a distanza di quasi settant’anni da una guerra così tragica quale fu la seconda guerra mondiale. Ma è il minimo che dobbiamo a tutti coloro che hanno lottato con incessante abnegazione fino a rimetterci la vita. Tutti giovani dal coraggio inconfutabile se, come fa Giacomo Raone, 3° Bersaglieri -fronte del Don, anche nel pericolo trova la forza di scrivere alla cara mamma”...che la mia bambina chiede sempre quando vengo io, e voi vi mettete tutti a piangere, questo mi dispiace perché ancora sono vivo e non ho bisogno del pianto ma solo della santa benedizione da voi tutti di famiglia. ...”

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