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TEATRO / Dilettanti, amatori e filodrammatici / definizioni

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Nelle realtà locali, anche piccole come i nostri Comuni, è abbastanza presente l’associazionismo teatrale su base volontaria: dieci-venti persone provenienti da esperienze lavorative diverse e appassionati di teatro, pur fra mille difficoltà si mettono insieme per dare vita a dei Gruppi o Compagnie teatrali. Ma cosa distingue i “dilettanti” dagli “amatori” e dai “professionisti” del teatro?

Teatro amatoriale: definizioni

Prof.ssa Arianna Ferucci

 

“Si chiama amatoriale il teatro fatto senza fini di lucro, solo per il piacere di esplorare altri mondi, altre vite” (Cerliani 2015).

Prima ancora di volgere lo sguardo alla questione terminologica vera e propria, credo che la suddetta spiegazione della Cerliani, pur nella sua sinteticità, sia quanto di più essenziale e preciso possa delineare il fenomeno del teatro non professionistico, poiché tiene conto di quelle che di fatto sono le due principali caratteristiche che identificano quelli che, nel modo più specifico possibile, potremmo definire “operatori non professionisti” di teatro.

La mancanza di fini di lucro (assai più dellʼaspetto dilettevole e ricreativo, al quale è comunque inevitabilmente collegato), individua infatti in maniera chiara e univoca chiunque svolga unʼattività nellʼambito teatrale non per questioni di carattere economico (diversamente dagli attori e registi di professione, nei quali la passione per lʼarte teatrale si accompagna inevitabilmente alla necessità di ricavarne un guadagno), bensì per puro piacere personale, senza aspettarsi in cambio altro compenso che non sia lʼapplauso del pubblico.

Nella maggior parte dei casi, infatti, chi opera nellʼambito del teatro oggi definito più comunemente come “amatoriale” possiede già unʼoccupazione da cui trae profitto, e può dunque dedicare allʼattività teatrale solamente il tempo libero.

Il secondo aspetto messo in luce dalla Cerliani, quello relativo al fattore dilettevole del fare teatro, è invece quello che, almeno da un punto di vista strettamente etimologico, deve aver ispirato una della espressioni più frequentemente utilizzate per riferirsi, non senza un certo pregiudizio di fondo, a chi svolge una qualsiasi attività con modalità non professionistiche: quella, appunto, di “dilettante”. Del resto, a dispetto del parere del tutto singolare di Luigi Allegri, secondo cui in ambito teatrale, diversamente da qualsiasi altro settore, si sia da sempre dato maggior credito allʼattività dei dilettanti piuttosto che a quella dei professionisti, e a dispetto anche del fatto che nel corso della storia ci siano stati effettivamente dei casi in cui, accusati i professionisti di ignoranza e incapacità, le più importanti idee e innovazioni siano nate in massima parte tra le fila dei dilettanti, anche in questo campo non mancano affatto, in realtà, stereotipi e preconcetti legati ai non professionisti.

 

Dilettanti, amatori, filodrammatici: un ritratto terminologico

I cliché relativi agli operatori non professionisti di teatro sono ravvisabili già a partire da alcune accezioni proprie dei termini utilizzati per definirli.

Il sostantivo ʻdilettanteʼ, infatti, non si limita a identificare unicamente chi si occupa di una qualunque attività per mero divertimento personale, ma nel linguaggio comune è quasi unicamente utilizzato con accezione spregiativa e offensiva, e probabilmente è proprio per questo che, negli ultimi anni specialmente, con la sempre maggiore attenzione che si sta rivolgendo verso le realtà amatoriali, il suo utilizzo si sta progressivamente abbandonando in favore di altri termini meno infarciti di preconcetti.

Quella che oggi è lʼespressione più ampiamente utilizzata per riferirsi agli operatori non professionisti di teatro è, piuttosto, ʻamatoreʼ.

Nel Grande Dizionario della Lingua Italiana manca, in questo caso, qualsivoglia accezione negativa.

Gli amatori sono infatti definiti, in maniera assolutamente neutrale, come “chi coltiva unʼarte, una scienza, uno sport, senza impegno professionale, per diletto e passione; chi predilige qualcosa con particolare trasporto (ed è disposto a pagarla con un prezzo dʼaffezione) (Bataglia 1961: 378).

Avviandoci verso la conclusione del discorso relativo alla questione terminologica, è doveroso accennare anche a quella che, a conti fatti, risulta essere lʼespressione più specifica tra tutte nonostante oggi possa risultare piuttosto obsoleta. Si tratta di ʻflodrammaticiʼ (dal greco philos, amico, e dramatkes, drammatica: “amante dellʼarte drammatica”), definiti come coloro che svolgono attività continuativa e organizzata nel teatro [drammatico] non professionistico (AA.VV. 1958: 321).

   

Esclusivamente riferibile allʼambito teatrale, dunque, questa espressione era utilizzata per identificare quei gruppi che, a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, facevano teatro a livello non professionistico, e che di fatto rappresentano i più prossimi antenati degli amatori di oggi.

Le filodrammatche nacquero in seno alle accademie esistenti sul territorio italiano, e conobbero il loro maggiore sviluppo nellʼItalia settentrionale, dove vi erano maggiori possibilità di reperire fondi. Estremamente eterogenei dal punto di vista del livello artistico, i più importanti di questi gruppi erano diretti, in veste di capocomici, da attori professionisti ritiratisi dalle scene.

Vere promotrici dellʼaffermazione del teatro dialettale in Italia, le filodrammatiche non eccelsero tuttavia dal punto di vista del repertorio, che rimase sempre mediocre e datato, dal momento che i testi nuovi erano prerogativa pressoché esclusiva dei teatranti di mestiere.

Nonostante ciò, fu proprio grazie allʼiniziativa dei filodrammatici che si ebbe la nascita delle prime vere scuole di recitazione.

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 03 Gennaio 2017 20:47 )  
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