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OMAGGIO A LUIGI TENCO

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SANREMO

CRONACHE DI

50 ANNI FA'

di TONIO SCANDEREBECH      

  

Il primo “45 giri” acquistato da un giovanissimo Franco Simone fu “Quando” di Luigi Tenco.

Sarà stato questo uno dei motivi che hanno ispirato, la scorsa primavera, il nostro poliedrico cantautore di Acquarica del Capo a realizzare “Carissimo Luigi”, un album che contiene dieci canzoni del cantante- musicista genovese, un brano del suo caro amico De Andrè ed infine un originalissimo contributo personale dell’autore da cui, poi, ha preso nome l’ intera realizzazione discografica. “ Ognuno di questi brani rappresenta un inno alla vita e alla dignità umana. Tutte le note, tutte le parole di Tenco, invitano a riflettere e ad amare " – afferma l’artista salentino.

Viene spontaneo riflettere oggi, a cinquant’anni dal tragico suicidio dell’interprete di “Ciao amore, ciao” su chi era stato realmente, alla vigilia dei movimenti sessantottini, quella sorta di canta-contestatore romantico (per alcuni a volte musone e scontroso ) e soprattutto dove volesse andare.

Esistono buoni motivi per pensare che tra il concetto di “rivoluzione” e la breve ma intensa esistenza di Tenco è esistito da sempre uno stretto connubio. A circa vent’anni di età, nel film drammatico “La cuccagna” diretto da Luciano Salce, il cantautore nostalgico interpretava - guardacaso, - la parte di un giovane idealista e sognatore, di nome Giuliano.

A causa di una serie di vicissitudini, il nostro reazionario, Giuliano, aveva progettato di togliersi la vita insieme alla sua ragazza, in un modo tutt’altro che convenzionale. Questo gesto inconsueto sarebbe servito, se non altro, per protestare contro gli inaccettabili retroscena del sistema economico-capitalistico del tempo (oggi per fortuna le cose vanno ben diversamente, o quasi ).

La chiamata, poi, al servizio di leva proprio quando il giovane antimilitarista non se l’aspettava, aveva influito in maniera determinante sulla convinzione dei due innamorati che quella folle idea andasse a tutti i costi portata a compimento.

Proprio all’ultimo momento, però, ad avere la meglio fu quel provvidenziale istinto di sopravvivenza, che portò i due a fuggire da una situazione molto pericolosa, correndo incontro alla salvezza per riprendersi a pieno titolo quella vita che per un attimo non scappava via (e soprattutto che vale la pena di viverla).

Il copione della realtà, purtroppo, avrebbe riservato poco più in là, al povero Tenco, un finale ben diverso.

Nel 1965, dopo una serie di rinvii per motivi di studio, il cantante venne inviato a svolgere il servizio di leva a Scandicci, nella zona occidentale di Firenze. Non poteva esserci occasione migliore per manifestare ai compagni d’arme le sue solide e ferme convinzioni contro qualsiasi forma di iniziativa militare. Superato il primo periodo di addestramento, il cantante ottenne di andare più volte in convalescenza per via del suo ipertiroidismo; poi, finalmente, l’agognato congedo. “Ciao amore, ciao”, cantata per l’ultima volta in coppia con Dalida nella serata sanremese del 26 gennaio 1967, era stata pensata in origine con un titolo ed un contenuto completamente diversi. A proposito di Dalida, Il nuovo film della cantante italo-francese andrà in onda, in prima assoluta su Rai 1, tra pochissimi giorni.

La prima versione della canzone, come dicevamo, faceva riferimento a “La spigolatrice di Sapri”, celebre poesia di Luigi Mercantini dedicata alla spedizione a tragico epilogo di Carlo Pisacane e dei famosi “trecento giovani e forti”.

Alla fine, rispetto alla versione primaria, di immutato rimase solo il ritornello “Ciao amore …”.

Quanto al nuovo brano, invece, una splendida canzone come sempre nostalgica, che porta a pensare a quei duri sacrifici di tanti emigranti, nostri connazionali.  A quel brano, comunque, in sede di ripescaggio le giurie, ne preferirono un altro di Gianni Pettenati, intitolato – ironia della sorte - “La rivoluzione”.

Con quel travaglio che si portava dentro, in quella fredda e maledetta notte sanremese del 1967 , prima di premere il grilletto contro la tempia, in una camera dell’Hotel Savoy, Tenco non si sarà sicuramente ricordato di quella sua singolare  interpretazione cinematografica in cui, a trionfare sulle tenebre e sulla morte, quella volta erano stati invece la forza dell’amore e l’attaccamento ai veri valori della vita.

Il tragico gesto del cantante rievocò, in qualche modo,  la stessa azione drammatica compiuta, più di cento anni prima, dal patriota risorgimentale Giovan Battista Falcone (omonimo del nostro giudice-eroe) anche in questo caso come reazione-risposta ad un triste epilogo, che in quest’ultimo caso fu il fallimento della spedizione di Sapri.

A distanza di oltre un secolo, simultaneità anche in alcune idee, nel pensiero politico e consequenziali azioni ed iniziative. Carlo Pisacane, ad un certo punto della sua vita, allontanandosi leggermente dal consueto pensiero mazziniano, accarezzò nuove idee di libertà e associazionismo, tipiche del pensiero socialista.  La volontà di rinnovarsi, dedicando un po’ meno tempo alla musica per intraprendere una seria attività politica, per la verità, era venuta anche a Luigi Tenco.

Per questo motivo, tra il 1959 ed il 1960, il cantautore di origine piemontese utilizzò gli pseudonimi di Gigi Mai, Dick Ventuno e Gordon Cliff. A Ricordi, suo produttore discografico, scrisse queste testuali parole: “Mi rivolgo a lei pregandola di scusare il disturbo che le arreco, onde essere compreso nel mio desiderio di non comparire su alcun disco con il mio nome anagrafico.

Essendo io iscritto alla facoltà di Scienze politiche da due anni e, ciò che più importa, a un partito politico (che non nascondo essere il Psi), è troppo evidente che la mia passione per la musica non deve assumere aspetto professionale”. Superficialità  e disinformazione potrebbero portarci, ancora oggi, a pensare di lui come quell’uomo che, in preda alla più nera depressione, scelse il suicidio.

L’artista – è vero - appariva a volte malinconico o addirittura arrogante ed aggressivo; tutto questo era semplicemente dovuto a quel genio e sregolatezza tipici di ogni personaggio del suo spessore. In quel suo ultimo Capodanno del 1966, ad esempio, durante l’esibizione in un noto locale romano, insisteva a voler cantare “Ti ricorderai di me”, uno dei suoi brani più belli e nostalgici.

Questa pretesa, ovviamente, era in netta contrapposizione all’atmosfera goliardica di quella notte brava. Ecco allora che, per poter dare seguito alla sua scaletta, il cantautore pretese la liquidazione immediata di quanto gli era dovuto. Probabilmente in quel clima di festa e spensieratezza, erano oramai rimasti in pochi a prestargli il giusto interesse. Abbastanza risentito, Tenco balzò tutto d’un tratto dal pianoforte, inveendo contro i presenti con insulti e parolacce. Guardando oggi a quel curioso episodio riusciremmo forse ad intravedere una sorta di presentimento dell’artista.

Fa davvero riflettere quel suo voler cantare a tutti i costi una canzone dal titolo mai così significativo.

Su di lui, il poeta contemporaneo Alfonso Gatto, ha coniato questa nobilissima opinione: “Luigi Tenco, con la sua morte, non s'è visto nemmeno riconoscere la ragione che l'ha portato a dichiarare il suo amore alla vita nel momento stesso in cui aveva deciso di togliersela. È questo il suo testamento che tutti hanno cercato di dimenticare, nell'addurre a stanchezza, a delusione, a fragilità, il suo atto consapevole di amare la vita e di rifiutare una qualunque esistenza, che sia solo l’affronto del lasciarsi vivere, del ridursi oggetto del potere altrui”.

Il sipario, a Sanremo sta per calare anche quest’anno. Anche la vita di Luigi Tenco uscì di scena, cinquant’anni fa, nella stessa città ligure.

Per quanto breve, fu comunque un’esistenza carismatica, da  vero rivoluzionario. Sarà anche questa una coincidenza: morì nel 1967, come il grande Che Guevara.

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Ultimo aggiornamento ( Sabato 11 Febbraio 2017 08:06 )  
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