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VIGNACASTRISI in versi e immagini

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Grazie, Agostino Casciaro, per averci ricordato, con mezzi espressivi semplici ed efficaci, che esistono le "Marine di Vignacastrisi", ancor prima che se ne perda la memoria.
Con l'obiettivo della tua perspicace creatività hai colto alcune documentazioni sul terreno in cui affondano le nostre radici.
Le tracce della microstoria di una piccola comunità, se esistono negli archivi, non sempre sono curate e possono scomparire; se si perde anche la memoria, si corre il rischio di smarrire le proprie origini, finendo per considerarsi apolidi nel "villaggio globale".
Il titolo che Agostino Casciaro ha voluto dare al lavoro, stimola la curiosità e risveglia interrogativi sul contesto socio-storico-geografico di Vignacastrisi, uno dei numerosi piccolissimi insediamenti dell'estremo Salento.
Per il "micro-aggregato rurale Vignacastrisi", il cui nome è riportato per la prima volta intorno agli anni mille, induttivamente si può ritenere che esso abbia avuto origine, parallelamente a Castro, con cui si sarebbe sviluppato, in maniera complementare, nel medesimo contesto geografico, convivendo, fin dalla preistoria, le vicissitudini millenarie.
Agostino Casciaro, agli inizi del terzo millennio, con icone inedite, svela le meraviglie di un lembo di natura intatta, rispettosamente antropizzata dai padri, ma, pur sempre intatta paesaggisticamente e nella morfologia litologica e vegetativa: il mare intensamente azzurro, sulo sfondo, solcato da rigagnoli di acqua sorgiva dalle polle profonde; la nuda muraglia litoranea punteggiata da faglie, grotte, antri e caverne, spumeggiante sotto la sferza del mare in burrasca; massi e muri erratici incastrati o sospesi sulla irta scogliera. La vegetazione spontanea, in primo piano, straripante per vigorosità, quasi a voler significare la prepotente giusta rivendicazione del diritto naturale. Essenze rupestri comuni, dai colori più vari, frammiste a specie endemiche esclusive di questo territorio, inerpicate tra le pietraglie o impiantate, spesso a mò di cuscino, nelle fessure delle rocce. Ulivi, fichi, fichidindia e carrubi, introdotti e, con cura, allevati per decenni, costretti a languire o a sopravvivere degradati ad arbusti contorti e deformati.
Il lavoro è bello, encomiabile per contenuti, per grazia e stimoli;è esemplare per giovani e meno giovani, sollecitati a riscoprire e documentare con mezzi comunicativi vari e diversi, microstorie o microambienti intorno a noi, per uscire dall'isolamento e partecipare, anche se come cellule, alle macrostorie curate dagli addetti ai lavori.

Prof. Antonio De Luca - Storico

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