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Sofia Schito racconta la Shoah

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Devo doppiamente complimentarmi con la carissima Sofia, autrice del suo primo lavoro:"La B Capovolta". Il suo pregio non è solo per ragione dell'argomento, relativo ad un fatto storico, ahimè, triste e disumano, ma anche per aver saputo sbriciolare un fenomeno culturale e una figura di altissimo spessore, quale Primo Levi "cittadino italiano di razza ebraica", fino al punto da darli in pasto e farli gustare anche ai bambini. Chi mai lo aveva pensato prima?
I termini: shoah, eccidio, campi di concentramento, internati, olocausti, strage, foibe e quant'altro di simile, dovrebbero essere banditi non solo dai dizionari di tutte le lingue, ma anche da ogni espressione di vita, scienza e tecnologia perché sono quanto di più obbrobrioso e spregevole possa essere concepito dalla crudeltà della fantasia umana.
E se facciamo fatica noi adulti e vaccinati alla vita a capire e darci una ragione di simili obbrobri della natura umana, diventa più difficile e quasi impossibile, accostare tali concetti alla mentalità semplice e ingenua dei nostri bambini, abituati, quasi sempre, a vedere tutto nella vita come un gioco.
Il fenomeno Auschwitz, eufemismo con il quale i nazisti volevano indicare lo sterminio degli ebrei e di altre categorie di internati, nell'immaginario collettivo è diventato il simbolo dei lager nazisti. Io, che ci sono stato in quei posti nel lontano 2006, ho visto con i miei occhi, mucchi di capelli rasati agli internati e montagne di scarpe recuperate dai prigionieri, prima di essere portati ai forni crematori. Erano immagini raccapriccianti!
Al suo interno furono uccise nelle camere a gas o morirono per le difficili condizioni di lavoro, torture, malattie o fame, circa 70.000 persone tra gente comune, intellettuali polacchi e prigionieri di guerra sovietici. La notte del 3 settembre 1941, venne esperimentato per la prima volta il gas antiparassitario, il Zyklon B (l'eroe dei fumetti?), con il quale furono uccisi 850 prigionieri.
Ironia della sorte, sul cancello di ingresso era stata apposta la scritta: "ARBEIT MACHT FREI" (il lavoro rende liberi)
e a simulare una reale conquista di libertà la gente veniva accolta dal suono di marce marziali eseguite da una orchestra di deportati appositamente formata. Ma in realtà gli internati avevano l'obbligo di lavorare dalle dieci alle dodici ore al giorno e senza salario. Le disumane condizioni del lavoro coatto, la mancanza di cibo e le condizioni igieniche del tutto inesistenti, rendevano l'operaio un "fantoccio" in balia del potente di turno.
Colui che aveva costruito la scritta, Jan Liwackz, dissidente politico polacco, conscio di quella che sarebbe stata la vera funzione di quel campo, in segno di protesta, volle saldare la B alla rovescia, pur sapendo quello che rischiava. Alla luce di queste considerazioni le parole di Auschwitz: "Il lavoro rende liberi", "assumono un significato preciso e sinistro. Sono anticipazione delle nuove tavole della Legge, dettata dal padrone allo schiavo e valida solo per quest'ultimo". (Primo Levi, in "Triangolo rosso", nov. 1959).
Non temo di essere smentito se, per concludere, mi permetto di asserire che Sofia Schito, per riuscire nel suo intento, ha saputo contrapporre alla crudeltà e tragicità dell'evento, la più alta pedagogia professionale da fare invidia ai più collaudati addetti ai lavori.
Nel mio intimo, mentre andavo avanti nella lettura del romanzo, seguivo mentalmente l'episodio biblico in cui Dio chiede ad Abramo l'olocausto del figlio Isacco. Alta la pedagogia di Dio che vuole solo provare la fedeltà di Abramo, ma ancora più alta la pedagogia di Abramo che, al figlio che gli domanda: papà, abbiamo la legna, abbiamo il fuoco, ma dov'è l'agnello che dobbiamo immolare? L'amabilità del padre che, non voleva mortificare il figlio ha il sopravvento, donde la risposta: coraggio, figlio, al momento giusto Dio provvederà.
Con questa stessa logica, intelligente e saggia, Sofia Schito riesce ad accostare i suoi alunni al grande e drammatico evento della Shoah.
Brava Sofia! Ti ho tenuta vicino negli anni della tua fanciullezza, poi ti ho perduta di vista, ma oggi ti ritrovo ragazza intelligente e saggia, professionista di lusso e con una forte carica di entusiasmo che certamente saprai far valere nel corso della tua lunga carriera professionale.
di Don Giovanni Cartani'
tratto da Progetto Salento n.26

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Ultimo aggiornamento ( Domenica 25 Novembre 2012 14:26 )  
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