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Home Medicina e Società Salute e Benessere LA LOTTA CONTRO IL CANCRO

LA LOTTA CONTRO IL CANCRO

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VOGLIO VIVERE

NON MI RASSEGNO !

“Ho una malattia che produce panico, ma parlarne aiuta…”

 intervista a cura di 

 GIULIANO CIRIOLO         

 

Di fronte a un destino amaro e di sofferenza ci possono essere fondamentalmente due tipi di reazione: il pianto, la disperazione, il senso della sconfitta, la depressione; oppure il coraggio di guardare in faccia il proprio “male”, per affrontarlo, combatterlo e sconfiggerlo, anche col sorriso.

 

Marilena Caroli, 51 anni di Melissano (LE), sposata, anni fa ha perso la madre colpita da un tumore al seno. Da tempo è anche lei inseguita da una bestiaccia chiamata “CARCINOMA MAMMARIO”, ma non solo non  ha mai ceduto alla paura e non ha mai perso il sorriso, ma ha deciso di raccontare la sua dura battaglia al mondo intero.

Per un lungo periodo il reparto di chirurgia dell’ospedale di Gallipoli è stato quasi la sua seconda casa.

Aveva bei capelli, ma al momento della “brutta notizia” decise di rasarsi la testa quasi a zero. Per la verità bisogna dire che oggi il suo nuovo look non è poi così male, anzi…

L’abbiamo conosciuta il 29 gennaio u.s. durante un pubblico incontro organizzato nella città di Taviano dall’Associazione intercomunale “La Band di Babbo Natale”. Il suo intervento come responsabile della “Band” di Melissano, letto di fronte a più di 300 persone (le immagini richiamano proprio questa circostanza), ci ha consentito di ammirarla per la sua umana emozione – che non ha per nulla nascosto, anzi…-  e per la sua forza di spirito.

Quando le abbiamo chiesto di concederci questa intervista eravamo convinti di ricevere un “no grazie”.

Invece Marilena non ha mostrato alcuna resistenza, nessuna perplessità rispetto all’idea che il suo “caso” attraverso il nostro giornale potesse uscire dalla sfera “privata” per diventare di pubblico dominio.

“Parlarne aiuta me e gli altri”, ha esordito la nostra guerriera.


Sig.ra Marilena, facciamo un passo indietro, al giorno in cui ha scoperto che qualcosa non andava…

Questo nodulo al seno l’ho scoperto nel 2002, piccolissimo, si trattava di pochi millimetri. Per oltre dieci anni mi sono sottoposta sempre a controlli periodici, distanti l’uno dall’altro. Nel 2014 i medici mi hanno abbreviato la  periodicità di questi esami, portandola a sei mesi. Così dai controlli dell’ottobre 2014 il nodulo risultò ingrossato di 11 millimetri. Quindi ago aspirato, biopsia e la scoperta-conferma di un “carcinoma mammario” con necessità di intervento chirurgico e senza alternative.

Qual è stata la sua prima reazione?

Io, diciamo così, sono stata molto aiutata per aver vissuto una situazione similare alla mia con l’esperienza di mia madre, morta a 74 anni dello stesso male. Quindi ero già preparata, sapevo quello che mi toccava. Quindi, se così possiamo dire, ho reagito con relativa calma e con una grande volontà di non lasciarmi trascinare dallo sconforto. Avevo un marito e una figlia…, non so se mi spiego. Certo i miei momenti bui li ho pure avuti, ma li ho nascosti sempre a tutti, anche in casa.

Come hanno reagito suo marito e sua figlia alla brutta notizia?

Male, molto male! Spesso dovevo essere io a confortare loro. Mio marito, 51 anni come me, ha reagito come se la vittima della malattia fosse lui. In casa aveva sempre il volto triste. A volte arrivavo anche a sgridarlo: “non voglio vederti in quelle condizioni! Lo capisci o no che così mi fai più male?”. Mia figlia invece…

Sua figlia?

Mia figlia aveva splenditi lunghi capelli che lei stessa adorava. Un giorno tornò dalla parrucchiera con la testa quasi rasata. Ma cosa hai fatto? le dissi con tono e parole piuttosto pesanti… Seppi poi dalle sue amiche che l’aveva fatto per sentirsi uguale a me, perché voleva condividere la mia sofferenza. E’ un dettaglio questo che mi porterò nel cuore fino alla morte, un gesto d’amore che non dimenticherò mai!

Da parte delle sue amiche ha trovato solidarietà?

Mi sono state molto vicine; devo dire che mi hanno incoraggiata più le amiche che la mia stessa famiglia sulla quale, ripeto, era calato un velo di profonda tristezza. Erano le mie amiche a tirarmi su. In particolare mi sento di ringraziare per la vicinanza e la solidarietà ricevuta, la mia amica Samantha, Maria Rosaria e suo marito Antonio che come infermiere mi ha assistita e confortata in ospedale durante tutto il periodo del ricovero.

In quale ospedale ha eseguito l’intervento?

Presso l’ospedale di Gallipoli, a gennaio 2015. Mi sono stati tolti nove linfonodi, di cui tre con metastasi. A questo intervento ne è seguito un altro con la Mastectomia e l’inserimento di protesi. Quindi chemioterapia per sei mesi, di cui quattro mesi con “terapia rossa” (molto forte, quella che provoca, per intenderci, la caduta dei capelli) e due mesi  di cortisone (terapia più leggera).

Com’è andato l’intervento chirurgico?

Bene! Diciamo che oggi tutti i valori sono nella normalità, conduco una vita normale, faccio praticamente tutto, anche se ancora per cinque anni devo fare in casa la chemioterapia “di mantenimento”, una pastiglietta al giorno.

Come ha trovato il reparto di chirurgia di Gallipoli?

Il reparto di Gallipoli per mia esperienza non mi ha dato alcun problema. Infermieri bravissimi, tutti! Il chirurgo dr. Schimera, il chirurgo estetico Dr. Durante, quello che mi ha impiantato la protesi, l’oncologo dr. Quarta, il primario dr. Zocchi. Bravi! Sono tutti, medici e infermieri, persone umanamente molto sensibili!

La fede religiosa l’ha aiutata?

Ho perso la madre per un tumore al seno. Anni fa ho passato momenti terribili anche con la salute di mia figlia, sia pure per problemi che poi son stati risolti. Una volta che la malattia ha colpito anche me ho perso l’ispirazione religiosa, ho perso la fede, ho perso tutto. A differenza di tante persone che nei momenti di disperazione si aggrappano alla fede, io invece ho fatto il contrario. Nei miei confronti e della mia famiglia, a iniziare da mia madre, poi mia figlia, poi io stessa, sembra ci sia stato un accanimento, una persecuzione. Forse sbaglierò, ma ho perso la fede, non credo più a nulla. Lo sanno tutti, familiari, amici e amiche, che continuano a volermi bene, a starmi vicino, ed io di questo li ringrazio e le ringrazio infinitamente. Quando arriverà il mio giorno sarò pronta ad ubbidire alle leggi della natura…

L’ambiente esterno dentro e fuori il suo paese, le è stato favorevole?

Devo dire che c’è troppa ignoranza in giro! Nel momento in cui rasai i capelli, persone anziane mi guardavano in modo strano, con lo sguardo fisso, come un oggetto misterioso, come una donna venuta da qualche altro pianeta. E commentavano sottovoce: “quella va senza capelli, deve avere qualche tumore, è malata!”. A me questi comportamenti davano un gran fastidio. Una volta con una persona sbottai: “ma che hai da guardare? Cosa stai vedendo di tanto strano?” gli dissi. Abbassò lo sguardo e non replicò.

Condivide oggi la sua esperienza con altre donne “sfortunate” come lei?

Sono iscritta su Facebook ad un “Gruppo chiuso” di persone che hanno avuto  a che fare con il cancro. Siamo in molti, siamo come un’unica famiglia. Ci scambiamo opinioni, ci confortiamo a vicenda, ci sfoghiamo a vicenda, ci incoraggiamo, ci confidiamo su tutto. E’ facile intuire che in una persona che vive sulla propria pelle una simile esperienza, aumenta in maniera esponenziale la sua carica di umanità e di sensibilità verso il prossimo.

E’ presente anche nel sociale come “volontaria”?

Si, sono iscritta all’Associazione intercomunale “La Band di Babbo Natale” per la raccolta fondi a favore del reparto di oncologia pediatrica del Vito Fazzi di Lecce. Gli amici associati mi hanno nominata responsabile del “Gruppo Band” di Melissano. E’ un’esperienza che mi sta dando grande soddisfazione ed entusiasmo.

Perché ha accettato di narrare a “Progetto Salento” il suo percorso di lotta contro la malattia?

“Progetto Salento” è una testata molto ancorata ai temi del sociale e della solidarietà. Quanto poi alla decisione di rendere pubblica la mia esperienza… è perché voglio far conoscere la malattia ma soprattutto un modo diverso di affrontarla. Dove non per forza si piange, non per forza ci si dispera. Si combatte, si ironizza e si va avanti col sorriso.

Cosa le ha insegnato in particolare questa terribile esperienza?

Che non c’è nulla di più umano, vero e profondo di un dolore condiviso.

Grazie a tutti di cuore! Un grande abbraccio!

__________________

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 03 Febbraio 2017 14:34 )  
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