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Home Opinioni Editoriali e Commenti L'Italia è un paese veramente democratico?

L'Italia è un paese veramente democratico?

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Nel famoso brano di Tucidide, “Discorso agli Ateniesi” tratto da “La guerra del Peloponneso", il grande storico greco indica, attraverso le parole di Pericle, i  tre cardini su cui si regge la forma di Stato che chiamiamo “democrazia”: il primato della legge, la libertà, l’uguaglianza.

Ovviamente l’analisi di cosa sia la democrazia è molto più complessa.

La parola, com’è noto, deriva dal greco demokratìa, a sua volta composta da due parole: demos (che vuol dire “popolo”) e kratos (che vuol dire potere). Da qui la traduzione (e semplificazione) italiana: potere del popolo.

Ma è proprio così?

Senza indugiare più di tanto su quella che era la Democrazia greca, sul piano dei concetti  (che rilevano poi nel concreto atteggiarsi della democrazia), si può dire che oggi della democrazia si hanno fondamentalmente due nozioni (per così dire) “operative”, fondate due su due distinti principi: quello di maggioranza assoluta (che assegna tutti i diritti alla maggioranza) e quello di maggioranza relativa, secondo cui alla maggioranza spetta il diritto di governare, ma nel rispetto dei diritti della minoranza.

Dunque, il demos, cui viene riconosciuto il potere, è, in realtà, una maggioranza e la dottrina moderna è concorde nel sostenere che vera democrazia sia quella che si ispira al principio della maggioranza limitata o relativa. Perché quella assoluta, a ben vedere, vive per un sol giorno, quello in cui si forma, e muore  il giorno dopo, quando solo la maggioranza risulta essere titolare di tutti i diritti.

Ovvio che in democrazia il momento elettorale rivesta carattere fondamentale, perché attraverso le elezioni il popolo si esprime, scegliendo i suoi governanti (non essendo ipotizzabile, oggi, una forma di democrazia diretta: quelle del web sono solo, per il momento, suggestioni populistiche). Altrettanto ovvio, allora, che le elezioni debbano essere libere. Ma, per essere libere, occorre che anche le opinioni degli elettori siano libere, meglio ancora “liberamente formate” (Giovanni Sartori). Se le opinioni sono imposte, o anche solo manipolate, le elezioni non possono essere considerate libere. In quasi tutti i paesi del mondo si vota, ma non per questo tutti i paesi del mondo possono dirsi democratici (si pensi all’Ucraina, ove Yanucovich, pur liberamente eletto, ha spadroneggiato sino a quando il popolo, esasperato, non lo ha cacciato via, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti;  si pensi ancora all’Iran, ad alcuni Stati dell’Africa o dell’America latina). Perché le opinioni degli elettori siano “liberamente formate”, occorre che sia garantita la libertà politica, che è essenziale per proteggere il cittadino dall’oppressione, per far sì che l’uomo sia effettivamente cittadino e non suddito. E cosa occorre perché ciò accada? Lo diceva con una splendida sintesi già Cicerone: “Siamo servi delle leggi al fine di poter essere liberi”, pensiero poi ripreso da Locke (“sub lege libertas”). La libertà, dunque, ha bisogno della legge, perché se governano le leggi – che sono regole generali, impersonali ed astratte – non governano gli uomini (che diventano strumenti di quelle leggi e dei principi che vi sono racchiusi); se, invece, governano gli uomini prescindendo dalle leggi o asservendo le leggi, allora la libertà politica sarà coartata da una volontà arbitraria e dispotica, non importa se di un uomo solo o della maggioranza. Già Euripide ammoniva: “Nulla di più dannoso c’è, che un tiranno per la città, dove al primo posto non sono leggi comuni, ma domina uno solo che si è appropriato personalmente della legge”. Esemplare, poi, la riflessione di Alexis de Tocqueville sulla “Tirannide della maggioranza”: “Ritengo empio e odioso il principio secondo il quale in materia di governo la maggioranza di un popolo ha il diritto di fare tutto … Esiste una legge generale che è stata fatta, o quanto meno adottata, non soltanto dalla maggioranza di questo o quel popolo, ma dalla maggioranza di tutti gli uomini. Questa legge è la giustizia…”

Dunque legge e libertà sono i primi due capisaldi della democrazia. Ma sono sufficienti?

Agli esordi della Rivoluzione francese Jean-Paul Marat scriveva a Camille Desmolins: “A che serve la libertà politica per chi non ha pane? Serve solo per teorici e politici ambiziosi”. La domanda – risponde Giovanni Sartori - è certamente seria, ma la risposta è sbagliata, “perché se la libertà non dà pane è ancor più vero che non lo dà neppure la mancanza di libertà”. E tuttavia la domanda introduce un altro fondamentale aspetto della democrazia, ossia l’uguaglianza (il terzo dei pilastri su cui si fonda la democrazia).  Anche questo, però, è un concetto tutt’altro che semplice,  perché uguaglianza può significare tanto identicità (uguali solo due cose identiche), quanto giustizia. La regola dell’uguaglianza, poi, può essere “aritmetica” o “proporzionale” (lo sosteneva già Aristotele). Scrive Giovanni Sartori: “Dare lo stesso a tutti è uguaglianza aritmetica, dare lo stesso agli stessi (e, dunque, il diverso ai diversi) è, invece, uguaglianza proporzionale”. L’una e l’altra possono essere adottate, a seconda delle situazioni: leggi uguali sono leggi identiche per tutti, ma, per esempio, l’uguaglianza fiscale risponde al principio di proporzionalità, perché l’imposizione, per essere davvero “uguale” va rapportata alla ricchezza dei cittadini (e, perciò, ci saranno tasse uguali per soggetti uguali e tasse disuguali per soggetti disuguali). Esemplificando: l’art. 3, 1° comma, della Costituzione, stabilendo che “tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, razza, ecc.”, ci fornisce un chiaro esempio di uguaglianza aritmetica, ma statuendo anche, al 2° comma, che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona, ecc.” ci fornisce un chiaro esempio di uguaglianza proporzionale, perché la nostra Costituzione si preoccupa di assicurare ai cittadini uguali punti di partenza ed uguali punti d’arrivo, rimuovendo gli ostacoli che vi si frappongano (“Una democrazia in cui non ci sia uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale…”: Piero Calamandrei).

Dunque, legge, libertà ed uguaglianza sono le fondamenta della democrazia ed il loro compiuto ed integrale rispetto vale indubbiamente a connotare come “democratico” un sistema di governo.

Domanda delle 100 pistole: il nostro è un Paese veramente democratico?

Al lettore la risposta.

articolo tratto da Progetto Salento n.33

di Roberto Tanisi

 

 

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