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Punti di Vista

La ritrovata sapienza di Benedetto XVI

La ritrovata sapienza di Benedetto XVI
E' accaduto ciò che attendevo con ansia da quando - su questa rivista - ebbi l'ardire di "criticare" Benedetto XVI per la sua rinuncia a presenziare la cerimonia di apertura dell'Anno Accademico presso l'Università Statale di Roma 1 (vedi: <<E' mancata "La Sapienza" di Benedetto XVI>> – Progetto Salento - febbraio 2008).
Ansia dovuta anzitutto al senso di colpa. Dissentire dal Papa non è facile per nessuno, tanto meno per chi – come me – non ha titolo a farlo e nutre inoltre profondo rispetto e considerazione per l'<<istituzione>>. Ma ansia, ancor piu', perché non potevo né volevo credere che lo stesso Pontefice terminasse il suo mandato senza dare un chiaro e forte messaggio ai suoi figli e fratelli nella fede. L'11 febbraio scorso la mia ansia è cessata quand'Egli ha comunicato agli astanti cardinali la sua decisione di abdicare dal ruolo di guida della Chiesa Cattolica.
Un'altra resa, come quella "censurata" nell'articolo citato? No, assolutamente no. Stavolta di coraggio si tratta, e di un coraggio non effimero e presuntuoso, ma ponderato, libero, fedele a Cristo. Umile e dottrinale. Ecco apparire, dunque, il Pastore che attendevo, il meritevole erede di Giovanni Paolo II, il "Santo subito!". E a chi strabuzzerà gli occhi (mai due persone furono cosi diverse, nei caratteri personali come nel modo di condurre la Chiesa...), dico: ciascuno è bene che giochi le sue carte!
Quelle di Karol Wojtyla le abbiamo conosciute: fede, energia, coraggio, brillantezza, animo giovanile, idee salde, fisico temprato. Di lui abbiamo anche apprezzato ed amato le "ombre" (la malattia, anzitutto, ma pure alcuni teatrali aspetti della sua comunicazione...), perché le stesse ci hanno comunque testimoniato il "Centro" della sua visione del mondo: Gesu' Cristo ("Non abbiate paura: aprite, anzi spalancate le porte a Cristo!").
Nel mondo d'oggi il messaggio passa anche – o soprattutto - attraverso gesti, "immagini" date e rilevate: il dito alzato ed imperioso contro la mafia nella Valle dei Templi di Agrigento; il suo partecipare festoso al suono della musica giovanile e delle danze tribali africane; il suo abbraccio con Fidel Castro a Cuba; il suo sfidare le autorità polacche; il suo impeto (quasi rabbioso) per non essere piu' in grado di parlare dalla finestra del suo appartamento ai fedeli presenti in Piazza S. Pietro; ecc...
Sono "segni", questi, di un Papa che nessuno può dimenticare, e che giammai Benedetto XVI sarebbe in grado di ripetere. Parole cosi forti, invocazioni tanto persuasive, messaggi cosi diretti e ricchi di speranza piena, non abbiamo udito – né mai potremo udire – da Benedetto XVI. Altra tempra e tono di voce, diverso modo di comunicare, come scrissi già 5 anni fa: "La personalità non si costruisce in un giorno, o per un'occasione, ed il ricordo dell'uomo-poeta-pastore Karol Wojtyla non può che offuscare quella del teologo-filosofo Joseph Ratzinger".
Eppure oggi non riscriverei tali parole con la stessa sicumèra. Perchè – nessuno può dubitarne – simile è stata la fede, pari la speranza, medesima la carità che hanno sostenuto la missione ed il pontificato di entrambi. Lo si capisce scrutando in profondità gli occhi dei due, "specchio" della loro anima: allegri ed incisivi quelli del Papa polacco, quasi "intrusivi" nella coscienza di ciascuno di noi; altrettanto vivaci, ma placidi e tristi quelli di Ratzinger, un'oasi di pace in cui cogliere il mistero della fede, pur dentro un mondo buio e cattivo.

Ma torniamo all'ormai ex vescovo di Roma e alla sua (in)attesa decisione. Oggi è chiaro come nell'impari "confronto mediatico", anch'egli aveva le sue carte da giocare, a noi troppo a lungo nascoste: una vera, profonda umanità seppure sempre guidata da una razionale consapevolezza dei propri limiti e dei propri doveri.

Altro non potevamo aspettarci da chi ha il compito di testimoniare il Dio che s'è fatto uomo e che proprio per la Sua umana condizione esclamò, appeso ad una croce: "Padre, se puoi allontana da me questo calice!". Non fu possibile allora, perché solo dalla Croce scaturiva la salvifica Resurrezione, e l'amaro calice fu bevuto fino alla morte. Com'è avvenuto pure per Giovanni Paolo II, il quale – attraverso la lenta ed infida malattia dell'uomo-Wojtyla – ha cosi potuto testimoniare come la vita sia altro rispetto a quanto rappresentato da una cultura egocentrica, omocentrica, libero-mercatale e... berlusconiana!

La sofferenza (la croce) come parte della vita, dunque, della nostra umanità: questo l'ultimo insegnamento del Beato Karol Wojtyla. Ma, "... allontana da me questo calice!": vogliamo credere che la richiesta di Cristo fosse segno di vigliaccheria, del Suo venir meno alla missione affidataGli? Se la risposta è no – e non può che essere tale – allora non è codardia quella di Benedetto XVI! No, stavolta non me la sento di "crocifiggerlo", anzi: perché l'umanità redenta è anche debolezza, dolore, coscienza dei propri limiti, fidarsi di Dio. Ed è – come sarebbe bello se lo capissero anche i nostri "pastori laici", abbarbicati sulle loro poltrone... - responsabilità e amore!

Come può un uomo di 85 anni – minuto, sofferente, di recente operato al cuore... - non avvertire il peso di guidare un miliardo di fedeli ed essere segno autorevole per gli altri? Come può non sentire troppo grande per sé la responsabilità di affrontare quotidianamente problemi enormi (ecumenismo, pedofilia, relativismo etico, ecc...) circondato da personaggi curiali infedeli e "carrieristi"? Come può un "vecchietto" mite, dedito allo studio e alla preghiera, districarsi fra le trappole e le insidie di un mondo – anche Vaticano... - che vuole fare a meno di Dio?

Solo arroganza e narcisismo possono indurre un uomo saggio a rimanere sul Trono di Pietro in simili condizioni, sfidando le leggi della natura umana. Cosi non è stato - né poteva essere - per Benedetto XVI, perché Joseph Ratzinger la sua "carta" più preziosa (l'umiltà, raro esempio di umanità al giorno d'oggi...) non l'ha mai abbandonata. Non possiamo che essergliene grati, perché al messaggio di Wojtyla (umanità = sofferenza) possiamo aggiungerne un altro, ugualmente vero e dirompente: umanità = limite, fragilità, abbandono.

Gratitudine, quindi, ed ammirazione unanime per un gesto di libero amore verso la Chiesa che lo Spirito Santo saprà ben "convertire" in una saggia scelta cardinalizia di chi prenderà il suo posto, cosi come avvenne per la "carismatica sofferenza" di K. Wojtyla . Ma personalmente devo qualcos'altro all'uomo Ratzinger: profonde scuse, Santità, per la mia ardita e precipitosa impudenza d'un tempo e... Le confesso: mi mancherà!

dott. Rosario Casto

già direttore del periodico "L'Altra Voce"

articolo tratto da Progetto Salento n.28

 

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