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STORIA LOCALE / Recensione Libro del Prof. E. CIRIOLO (2° Parte)

STORIA LOCALE / Recensione Libro del Prof. E. CIRIOLO (2° Parte)

LE NOSTRE COMUNI RADICI

di GIULIANO CIRIOLO             www.progettosalento.eu  

 

In seguito alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.) due sono state le tappe fondamentali che hanno segnato il primo medioevo nel  Meridione d’Italia: la fine della guerra greco-gotica (535-553 d.C.), e l’arrivo dei Normanni negli anni successivi al 1000 d.C.

La dominazione bizantina del Salento, seguita alla fine della guerra greco-gotica, comportò la grecizzazione delle nostre popolazioni, non solo sotto l’aspetto della lingua parlata, il greco, ma, grazie ai flussi migratori dei monaci basiliani, anche sotto l’aspetto dei riti e delle pratiche religiose (per diversi secoli il rito greco-bizantino in tutte le chiese dei nostri Casali prevalse su quello latino).

L’arrivo dei Normanni significò invece l’introduzione del feudalesimo in tutto il Meridione d’Italia e, con esso, la tradizione e la cultura che faceva della terra e dei castelli i simboli del potere, gli strumenti attraverso cui i baroni dominavano e controllavano territori e vassalli. Il feudalesimo significò a sua volta l’avvio di quel sistema di “compravendita” dei nostri Borghi (feudi, casali, compresi gli uomini e le donne che li abitavano) al miglior acquirente (feudatario, barone, marchese, conte, in genere famiglie o casate  nobili e squattrinate, provenienti dalle parti più disparate dell’Italia o dell’Europa).

 

In questo quadro, dunque, e con queste premesse,

quali possono essere le “radici comuni” dei nostri sei paesi?


     

E’ il tema del  primo capitolo del libro del prof. Ennio Ciriolo “IL BASSO SALENTO tra MEDIOEVO e PRIMO ‘900: Uomini e Territorio di Racale, Felline, Taviano, Alliste, Melissano e Ugento” (Mario Congedo Editore).

Mentre in genere può risultare ‘agevole’ individuare i caratteri della omogeneità territoriale sotto l’aspetto economico e soprattutto geografico, più complessa invece si rivela la ricerca delle comuni radici sul piano delle vicissitudini storico-politiche delle nostre comunità.

   

 UGENTO, per esempio, ha una storia antica che la distingue nettamente dalle altre. E’ stato uno dei principali e potenti centri abitati messapici, dotato di ruoli strategici, disponendo di una ragguardevole estensione territoriale e di uno scalo portuale autonomo presso Torre S. Giovanni.

Nel IV secolo a.C., quando i comuni vicini neanche esistevano, né come casali né come piccoli villaggi (boschi e foreste prevalevano dappertutto), Ugento si presentava come una sorta di città-stato, disponendo di una Zecca e di un proprio esercito.

Già Municipio romano, il crollo dell’Impero aprì la strada ad una serie di invasioni di popoli barbari anche ai suoi danni (Visigoti, Vandali, Eruli, Ostrogoti e i Saraceni nell’842 d.C.).

Proprio queste continue, improvvise e violente scorrerie, cui spesso seguiva la devastazione della città, fecero perdere per sempre a Ugento la sua antica potenza economica e militare, oltre al suo millenario prestigio politico. Con l’avvento dei Normanni la città fu infeudata (concessa in feudo) a diverse casate, fra cui i D’Aquino, gli Orsini, i Della Ratta, i Del Balzo, i Pandone e, per ultima, la famiglia nobile dei D’Amore, fino alla soppressione della feudalità.

 

 RACALE, FELLINE e ALLISTE pur costituendo nei secoli passati distinti nuclei, distinti casali,  da parte di varie famiglie di feudatari sono state spesso oggetto di compravendita “in blocco”, cioè unite, insieme. Conseguentemente per lunghi periodi fellinesi, racalini e allistini hanno convissuto sotto il medesimo governo, la medesima Casata (i Bonsecolo, i Pisanello, i Tolomei, i Cappello), e sotto un unico “padrone” (barone, marchese ecc.).

E questo fino alla fine del  XVI secolo; poi i destini delle tre Comunità si sono separati definitivamente. Nel 1610, infatti, Racale fu venduta per circa 45.000 ducati a Giovambattista De Franchis, marchese di Taviano, il quale dopo pochi giorni dall’acquisto se ne sbarazzò rivendendola a Ferrante Beltrano, conte di Mesagne.

Felline e Alliste, invece, furono messe all’asta e comprate dal barone Francesco Pignatelli.

Altri nomi di feudatari si alternarono nel corso degli anni nel possesso di questi Borghi, fino alla legge di abolizione della feudalità del 1806.

 

 

 MELISSANO in età medioevale e moderna ha avuto una storia “a parte” rispetto agli altri feudi confinanti. Con i Normanni il territorio, all’epoca prevalentemente coperto da boschi, “venne incamerato al demanio, come bandita o riserva regia” (pag. 34 del libro). Per questo Melissano rimase feudo disabitato “precluso ad ogni forma di insediamento umano almeno fino al 1400” (pag. 35). Solo con gli Angioini venne per la prima volta infeudato (anno 1270). Nel 1614 il Casale fu acquistato e aggregato a Taviano. Da quella data e per circa tre secoli (sottolineiamo, tre secoli!), le vicende socio-politiche di Melissano si svilupparono di riflesso a quelle del capoluogo.

Solo nel 1885, infatti, divenuto ormai nucleo abitato di una certa consistenza in termini di economia e numero di residenti, e manifestando altresì le prime rivendicazioni in direzione della propria 'identità', Melissano si staccò come Frazione da Taviano per divenire Frazione di Casarano. E tale rimase fino al 1921 (XX secolo), allorquando il comune conquistò finalmente la sua piena autonomia amministrativa.

 

 

A TAVIANO le famiglie feudatarie-baronali che si sono avvicendate  nel tempo hanno avuto pochi punti di contatto con Racale, Felline e Alliste. Nel corso di sei secoli ‘padroni’ di Taviano sono stati i Foggetta, i Del Balzo, i De Franchis, i Caracciolo.

Dunque  non solo un numero di “casate” più limitato rispetto all’esperienza e al destino dei  tre feudi confinanti, ma fra queste la famiglia De Franchis si è particolarmente distinta per aver risieduto stabilmente a Taviano, lasciando tracce e segni di progresso sul territorio che ancora oggi si possono notare e ammirare.


Da queste brevi note risulta evidente come le antiche vicende delle nostre sei Comunità, sul piano storico-politico, siano state abbastanza articolate e complesse, e non sempre “sovrapponibili”.

Ma proprio su questo versante il libro del prof. E.Ciriolo diventa particolarmente pregevole, rappresentando per alcuni aspetti uno studio pioneristico su un tema (la ‘omogeneità’ di questo territorio) oggi al centro di analisi e discussioni politiche di estrema attualità (si pensi all’ipotesi di “fusione” dei nostri Comuni).

Leggendo il Libro, comuni radici” le possiamo riscontrare, per esempio, nel processo di diffusione del sentimento religioso nelle nostre contrade (leggi Cristianesimo), quando i nostri antenati cercavano proprio nella religione un rifugio e un rimedio alle sventure del loro tempo (invasioni, guerre, violenze, soprusi, schiavismo, fame, epidemie…).

La vita nelle nostre campagne e fra i gruppi sociali fu segnata e influenzata fin dal 600 d.C. (VII secolo) da due Comunità monastiche: i monaci Basiliani prima, e i Benedettini dopo. Questi ebbero una grande forza di aggregazione - intorno ad un monastero, una abbazia o una chiesa - di quelle grandi masse di contadini  che le invasioni barbariche seguite al declino dell’Impero romano d’Occidente avevano invece lasciato in uno stato di assoluta disperazione e isolamento, in condizioni di vita senza prospettiva alcuna. Grazie a questi monaci, dunque, si ebbe la c.d. “cristianizzazione nelle campagne” di tutto il Salento.

Questo aspetto è ben sviluppato nel Capitolo I del libro del prof. Ciriolo, dove peraltro si sottolineano oltre agli elementi di differenziazione tra il cenobitismo basiliano e quello benedettino, il ruolo storico delle abbazie di Santa Maria dell’Alto di Felline e di Santa Maria del Cibo di Melissano.

 

Comuni radici sono da individuarsi non solo nella storia del sentimento religioso ma anche nella storia sociale dei nostri antenati, nelle condizioni di vita materiale, a iniziare dall’abitare in stanze uniche polifunzionali, con pochissimi arredi e suppellettili, quelli strettamente necessari ai fabbisogni quotidiani più elementari. Il nostro storico ne parla ampiamente nel Cap. VI del libro, poggiando le sue analisi sulla consultazione di inventari, testamenti ed altra documentazione d’archivio, fonti preziose che, peraltro, gli hanno consentito di mettere in evidenza i differenti tenori di vita che separavano i pochissimi ricchi (descritto minuziosamente il lusso e l’opulenza all’interno dei loro palazzi), dalle condizioni materiali dei “piccoli borghesi, piccoli proprietari e della anonima folla di contadini, braccianti, nullatenenti ed emarginati sociali”.

 

Comuni radici sono anche quelle che hanno caratterizzato le condizioni delle donne e il loro vissuto nel corso dei secoli passati (Cap. IV). Le donne, per una serie di ragioni anche facilmente intuibili, erano di fatto esposte più degli uomini alle infezioni e alle malattie. Moltissime erano quelle in gravidanza che non riuscivano a superare il parto. Nel libro sono pubblicati alcuni stralci di due Testamenti attraverso i quali due donne partorienti di Ugento, consapevoli delle precarie condizioni di salute, esprimono le loro volontà in termini di eredità, e a tratti anche i propri sentimenti, a favore del figlio o dei figli nascituri.

Sono documenti molto significativi e ‘toccanti’, che rendono lo scritto del prof. Ciriolo, in alcuni tratti, un testo di “storia dei sentimenti dei nostri antenati, essendo riuscito a gettare un fascio di luce financo sulla vita emozionale della gente comune.

 

Comuni radici le troviamo infine in molti aspetti della passata “vita economica” dei nostri paesi, quando la terra era la principale fonte di reddito e le braccia costituivano il principale ‘strumento’ di lavoro; comuni radici nel paesaggio agrario, nelle consuetudini colturali,  nell’organizzazione delle attività intorno alle masserie delle grandi proprietà, nel sistema creditizio dei “prestiti usurai” legati e alimentati dai “contratti alla voce” cui doveva sottostare la massa dei braccianti a corto di liquidità, soprattutto nel corso di annate agrarie particolarmente negative (Capitolo X del libro).

 

CONCLUSIONI

Pur di fronte alle molte difficoltà insite nel tentativo di ricondurre a un quadro unitario le storie diverse e di lungo periodo delle nostre sei Comunità, dalla lettura del libro emergono fattori unificanti nettamente prevalenti rispetto agli elementi di differenziazione.

Questo perchè pur nel travaglio del loro svolgimento, sostanzialmente uguali erano i contesti storici, sociali, politici e religiosi che regolavano il vivere quotidiano dei nostri antenati.

   L’autore ha voluto dare visibilità e rilievo ai grandi processi di formazione e trasformazione che hanno investito uomini e ambienti del nostro comprensorio (dinamiche della popolazione, regime alimentare e livello dei consumi, processi e sistemi di urbanizzazione, governo e regole dell’economia, sviluppo degli organi annonari che avevano il compito – fondamentale all’epoca – di prevenire gli effetti distruttivi di carestie e rivolte, assicurando a prezzi stabili il fabbisogno alimentare alle masse contadine impoverite e inermi).

La ricerca, complessa ed estremamente documentata, corredata e arricchita da oltre 400 “note” di guida, commento e approfondimento a piè di pagina, sarà stata per l’autore una vera sfida intellettuale; risponde bene comunque sia a un’esigenza di informazione e di impegno culturale e civile, sia alla necessità di riconsiderare e rileggere la storia di lungo periodo del basso Salento (dal Medioevo al primo ‘900), intesa anche come parte dell’intera vicenda meridionale e nazionale.

E’ evidente infine lo sforzo dello storico di descrivere e documentare quattordici secoli di vicende sociali, politiche ed economiche in modo ‘semplice e comprensibile’ (almeno per quanti abbiano più confidenza con i libri), riuscendo anche per questa via a far respirare al lettore l’aria dell’epoca.

Non era facile.

Ennio Ciriolo ci è riuscito. 

( fine )



 

 

 

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Domenica 04 Dicembre 2016 18:47 )

 

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