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Varcando la soglia del Museo...

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Una serena mattina dell'inverno salentino; un signore canuto, distinto, dall'aspetto curato e gentile, con vecchi articoli di giornale, riviste e un DVD sotto il braccio, pronto a farmene dono; un portone scuro sormontato dalla scritta Museo del Minatore. Mai avrei creduto di trascorrere ore così emotivamente intense varcando la soglia di un museo; ed invece, si apriva dinanzi ai miei occhi, e soprattutto alla mia anima, un nuovo mondo, un universo fino ad allora a me sconosciuto e che avrebbe segnato per sempre la mia sensibilità.

Ha significato questo incontrare il settantaseienne Lucio Parrotto e farsi da lui guidare all'amara scoperta di una verità inaudibile, anzi di mille verità ancora intrappolate nei mille oggetti custoditi con amore. Ed è a quell'amore, alla pazienza e alla caparbietà di un uomo e della consorte di tutta una vita, che si deve l'apertura, a Casarano, di un museo, nella sua accezione più nobile di tempio dedicato alla memoria.

È un voler non dimenticare. È un dover raggiungere le coscienze odierne ormai troppo superficiali perché ignare dei necessari sacrifici passati. È racchiusa la vita di un salentino fra quelle mura gremite di cimeli e illustri ringraziamenti da parte di autorità importanti; è come un tunnel che racconta di miseria e povertà, della fame che si pativa nel secondo dopoguerra in Terra d'Otranto, in quella che oggi è una meta turistica tanto apprezzata.

Impressionano le parole di Parrotto quando, con estrema lucidità, descrive l'obbligata scelta di molti giovani all'epoca in cerca di un futuro e costretti, per ottenerlo, ad andare lontano, in un luogo freddo e senza affetti familiari. Le calde viscere della Terra in Belgio rappresentavano, spesso, l'unica alternativa ad un'esistenza di stenti; e così fu anche per questa persona speciale, allontanatasi a soli 21 anni dalla sua amata Casarano e dalla protezione dei suoi cari, in cerca di fortuna e di una vita dignitosa.

Il prezzo pagato è stato, però, caro: oltre trent'anni a più di 1500 metri di profondità non si dimenticano facilmente. Restano scolpiti nella memoria i sotterranei spazi claustrofobici nei bacini carboniferi del Belgio; la "lampa" che "dove passava lei, doveva passare il minatore", emblema di inumano sacrificio che costringeva l'uomo a lavorare per otto ore nella stessa posizione, supina o prona, in angusti cunicoli a volte alti solo 30 centimetri; il carbone, simbolo della ricostruzione post-bellica, in nome della quale l'Italia decise di barattare 50.000 suoi disoccupati con 200 kg di carbone al giorno per ogni minatore italiano, una triste pagina siglata dal Governo italiano e quello belga nel 1946 con il cosiddetto "patto uomo – carbone".

Parlano di disperazione gli occhi di Parrotto quando accenna alle condizioni difficili che si trovavano lì in Belgio, dove l'alloggio dopo il lavoro era spesso un capannone usato pochi mesi prima come campo di concentramento per i prigionieri russi, e in cui la temperatura scendeva a 30° sottozero. Scenari difficilmente immaginabili oggi e, invece, così tanto agognati, pur nella loro crudezza, da giovani uomini ridotti in lacrime al non superamento delle visite mediche necessarie ad accertarne le buone condizioni di salute, prima di raggiungere le miniere dove i belgi non volevano più scendere.

E tra i tanti attrezzi da lavoro, documenti e cimeli acquistati ai mercati di antiquariato belgi e cosi scrupolosamente conservati per diventare poi autentico scrigno di memoria per le generazioni future, fra quei tanti oggetti, campeggiano dei vestiti. Ci sono divise vuote, in ricordo di chi un tempo le indossava e che oggi, a causa di incidenti o della letale silicosi, non è più in vita. Sono testimonianza di tragedie, di vite spezzate in un baratro di fuoco, come a Marcinelle durante l'incendio della miniera di Bois du Cazier nel 1956. Non furono solo i 262 minatori a perdere la vita, ma anche le loro mogli, i figli, i genitori, persino i 13 superstiti, tutti ormai costretti a portare il fardello di un'esistenza monca. Fu l'umanità intera a piangere i suoi figli, e l'Italia che in quell'occasione ne perdeva 136, e il Salento 16.

Marcinelle, nel distretto di Charleroi con cui Casarano è gemellata grazie all'intervento di Parrotto, rappresenta solo l'evento più eclatante di una serie di sciagure meno note ma che son costate vite umane. Come quando, ancora con la voce rotta dalla commozione e con gli occhi lucidi, questo fiero minatore ricorda dell'estremo sacrificio di un suo amico rimasto schiacciato da una frana improvvisa che lo ha sottratto per sempre all'amore dei suoi cinque figli, a cui è andato l'ultimo suo pensiero; rivive ancora attimi atroci Parrotto quando si scusa di non aver potuto fare altro che alleggerire gli ultimi istanti del compagno salentino reggendogli la testa.

Ed è proprio per ridare dignità a quei tanti episodi, tra cui anche la perdita in terra straniera di due sue figlie, nonché un incidente che lo costrinse ad un'intera notte sotto il carbone senza più alcuna speranza futura, è per costruire un luogo di raccolta di una parte importante della storia di tutti noi, che Lucio Parrotto e sua moglie Angela hanno coltivato, al loro rientro dal Belgio nel 1986, tre sogni, tutti oggi divenuti realtà: la realizzazione del Monumento al Minatore, il gemellaggio tra la loro città, Charleroi e Manoppello (PE), il paese che ha registrato più vittime nella tragedia di Marcinelle, e l'apertura del Museo del Minatore.

Tre testimonianze cariche della volontà di non far cadere nell'oblio i sacrifici sopportati a caro prezzo da padri e da nonni in nome di una vita migliore e del progresso di cui oggi godiamo.

L'entrata in quel museo cambia il visitatore: il suo respiro all'uscita dalla galleria della storia è permeato inevitabilmente di terrore per quanto accaduto, di consapevolezza e di riconoscenza nei confronti di quelle vite vissute intensamente, tra luce e buio, tra estremo freddo e caldo insopportabile.

a cura di Jenny Manisco

 

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 07 Settembre 2017 15:19 )  
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