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Natale nella tradizione Salentina

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Tradizioni gastronomiche
Tra questi usi e consuetudini, un posto di rilievo occupano i tradizionali cibi di Natale. Chi può dimenticare l'impegno delle brave massaie casalinghe nel preparare le pittule, fritte nell'olio e insaporite con miele, zucchero e vincotto?
Le pittule, (dal latino pitta, piccola focaccia), si ottengono con una pasta molto lievitata e l'impasto, assai morbido, lo si fa scivolare nell'olio bollente dal pugno chiuso della mano. Si ottengono delle palline di vario formato con una crosticina croccante che racchiude un impasto morbido e spugnoso assai saporito. Caratteristica delle pittula è che va mangiata calda e subito, da cui poi il detto popolare: "e ci gge pittula?" quasi ad indicare la sveltezza con cui si passa dal dire al fare in una determinata faccenda.
Per le pittule, come per le pucce (lo diremo più giù), ci sono le varianti, per cui le palline di pasta semplice possono essere infarcite con cavolfiori, baccalà lesso, acciughe, pomodoro, olive snocciolate e capperi, o con miele e vincotto, per renderle dolci e gustose.
Sono il trofeo della tavola natalizia e costituiscono la delizia delle famiglie, che attratte dal loro profumo sentono la voglia matta di stare accanto a quei pentoloni d'olio fumante e profumato, nel quale si friggono le pittule, pronti a scottarsi le dita e la lingua appena sfornate.
Altrettanto gustosi e saporiti sono i "purciddhuzzi e le cartaddhate" conditi con miele o zucchero caramellato e le "chinuliddhe" farcite con marmellata di uva o con ricotta e ricoperte anch'esse di miele o di zucchero bianco.
Per la festa dell'Immacolata era in uso, e qualcuno lo fa ancora oggi, la pratica del digiuno il giorno della vigilia, il 7 dicembre e, a fine digiuno, era consuetudine mangiare la caratteristica "puccia" che altro non era che un piccolo pane soffice preparato con lo stesso impasto del pane, ma diluito con più acqua e cotto solo per pochi minuti al forno di pietra. Spesso, nell'impasto, si aggiungono olive nere e ingredienti magri quali tonno, capperi, pesciolini sott'aceto, formaggio svizzero, capitone, anguilla e pomodoro.
Carne, nemmeno a parlarne; era rigorosamente proibita; non si poteva e non si doveva "ncammarare", consumare cioè, cibi a base di carne, il giorno consacrato al digiuno e all'astinenza.
Terminato il digiuno, che aveva anch'esso una legge: "sule trasutu, disciunu furnutu" (sole tramontato, digiuno finito), oltre alla puccia si mangiavano pure le pittule.
Tutti questi preparativi dovevano essere all'insegna dell'abbondanza e della condivisione. Un antico detto popolare diceva che "chi mangia sulu scatta" (chi mangia solo scoppia), mentre a trovarsi insieme si attuava l'altro detto: "Natale cu li toi, Pasca cu ci oi" (Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi). Persino le lucerne e il focolare dovevano essere alimentati all'insegna dell'abbondanza, ossia con molto olio e con grossi ceppi, per cui a Natale "puru lu focu s'ha binchiare" (a Natale pure il fuoco si deve saziare di legna).
Terminato il cenone e prima di recarsi in chiesa per le funzioni della mezzanotte, si metteva il Bambinello nella grotta, affidando questo compito al più piccolo dei presenti, mentre gli altri con in mano le candele accese si recavano in processione verso il presepe cantando "Tu scendi dalle stelle" o altro canto natalizio.
Andando in Chiesa per le sante funzioni, la tavola restava imbandita per consentire ai defunti, che si credeva scendessero sulla terra il giorno di Natale, di assaggiare ciò che si lasciava sulla mensa appositamente per loro.
I Presepi
Una tradizione antichissima vuole che il popolo cristiano, sia esso ricco o povero, all'approssimarsi del Natale allestisca il suo presepe, ognuno secondo le proprie possibilità: può occupare una stanza intera o anche una piccolo angolo della casa.
Il Tancreti, grande storico delle tradizioni natalizie, ha annotato che "per ricordare la santa grotta e la nascita di Gesù, si fa il presepe con monti, valli, burroni, strade di carta cenerina o giallognola ben piegata e schizzata di colori e ornata di muschi e di erbette; con alte frasche verdi tra le quali occhieggiano i corbezzoli rossi e risaltano gli aranci d'oro; con grosse zolle di terra e con angeli sospesi sull'arco della grotta, quasi a cantare "Gloria a Dio nell'alto dei cieli".
Per chi ha un po' di fantasia, sul presepe ci mette anche il ruscelletto con l'acqua sospinta da un motorino elettrico, il pastorello che si muove elettricamente, la cascata e i mulini al vento. Ogni mestiere antico trova il suo posto sul presepe tradizionale.
Da qualche anno sono sempre più numerosi i "Presepi Viventi" che vengono allestiti nei centri del Salento, da Parrocchie e associazioni varie.
Bisognerebbe visitarli tutti quanti per conoscere la passione e l'originalità della nostra cultura salentina in una rappresentazione così radicata nella tradizione popolare. Molto curata è anche l'illuminazione, che mette in evidenza non solo il presepe, ma anche la scenografia naturale costituita da muretti a secco e da altri ambienti appositamente recuperati per l'occasione.
Vedere un presepe vivente può diventare una buona occasione per conoscere l'ambiente economico e le attività artigianali e contadine delle generazioni che ci hanno preceduto. Un presepe vivente diventa uno spaccato di vita e di storia, dagli inconfondibili colori e sapori salentini.
Nel periodo natalizio, per il rispetto delle tradizioni, non mancano le "Nenie e le Pastorali". Un tempo c'erano anche i famosi "zampognari", avvolti con il loro ampio mantellone, che davanti alle botteghe o agli angoli delle vie, col suono melodioso delle zampogne, facevano sentire le loro caratteristiche nenie in onore della Madonna e di Gesù Bambino. Oggi tutto questo è scomparso quasi completamente e i nostri bambini non hanno più la gioia di correre dietro i ciaramellari e circondarli di simpatia e di festa.
L'Albero di Natale
Oggi alcuni identificano il Natale con l'Albero, altri lo identificano con il Presepe.
Ci sono buone ragioni in favore dell'una o dell'altra ipotesi. Chi preferisce l'Albero ha una visione più laica del Natale e della vita, una visione nordica e, se vogliamo, più consumistica, tendente al regno della tecnica e della secolarizzazione.
Chi invece preferisce il Presepe ha una visione religiosa del Natale e delle vita, più incline al regno degli affetti e della famiglia.
In realtà oggi sembra che il Presepe stia vivendo un triste momento se è vero, come è vero, che, come si sta facendo in più parti (vedi l'America, la Spagna, Bolzano nella nostra bella Italia), si va eliminando qualsiasi simbolo religioso dai luoghi pubblici, da uffici, scuole, tribunali, ospedali, carceri. La visione a-religiosa della vita, del pensiero e della morale, secondo cui si vuole escludere la religione dalla vita pubblica confinandola alla sfera del privato, ha messo maggiormente in evidenza l'Albero di Natale e ha fatto passare in secondo piano il valore religioso del Presepe, che potrebbe suonare come un'offesa ai non credenti, agli islamici e agli ebrei.
Personalmente, al di là di quella che possa essere l'opinione di ognuno, preferisco il Presepe e lascio volentieri ai nordici l'Albero di Natale. Il Presepe mi ricorda la dolcezza dell'infanzia e lo stupore e il fascino di una famiglia sana e unita.

a cura di Don Giovanni Cartani'
tratto da Progetto Salento n.27

 

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