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TAVIANO/ STORIA & CULTURA

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IL PALAZZO MARCHESALE 

In un Documento inedito

del 1704

Prof. ENNIO CIRIOLO

 

La definizione dei privilegi legati all’esercizio del potere, in modo più o meno esclusivo, e dei diritti signorili nelle società di antico regime esprimeva l’ideologia dei ceti dominanti e lo stile di vita che li distingueva dalle altre classi sociali. I modi di vestire, di abitare, di mangiare, di arredare i palazzi nobiliari seguivano i codici piuttosto rigidi imposti dalla distinzione sociale, dalla cultura di appartenenza, dall’ostentazione della ricchezza. All’interno di questa ideologia aristocratica si distinsero, per magnificenza e lusso di casta, le residenze dei Pignatelli di Felline e dei De Franchis di Taviano (Cfr. E. Ciriolo, Il Basso Salento tra Medioevo e primo ‘900, Congedo editore, Galatina 2016, pp. 134-136).

Per i feudatari, la qualità della vita, da qualunque punto di vista la si voglia intendere, era il potere. Un potere da mostrare quotidianamente, anche nel suo spessore simbolico, attraverso la sontuosità delle proprie residenze: magazzini, stalle, gli alloggiamenti dei cavalli di razza col marchio della casa, sellerie, carrozze, volantini a mantice, calessi, cantine, lavanderie al piano terreno; e, nei quarti nobili del primo piano: anticamere, sale grandi affrescate, camere da letto con arredi ricercati, la cappella del palazzo, gallerie e sale di rappresentanza ricolme di quadri, di argenteria, di mobili elaborati, di cristalliere con una infinità di oggetti preziosi, tende di stoffe pregiate con mantovane, ecc. Ogni cosa era funzionale alle ragioni del prestigio aristocratico e alla legittimazione del potere economico e politico.

L’inventario dell’intera eredità e del palazzo marchesale di D. Lorenzo De Franchis compilato nell’anno 1704 dal notaio Giulio Cesare Vitale di Racale esprime l’oggettivazione compiuta di un’epoca storica per noi lontana e tuttavia percepibile attraverso l’eccezionale abbondanza di memorie e di oggetti significanti, annotati dal notaio, di un mondo ancora tutto seicentesco e barocco, anche se non lontano dall’incipiente rococò. I notai fotografavano precisi momenti dell’epoca a loro contemporanea perché la vivevano dall’interno e non da estranei. Compilavano gli inventari sul posto e de visu con metodo descrittivo, inquisitivo e a scopo probatorio. Non si fermavano davanti ad alcun ripostiglio, ad alcun luogo chiuso. Rovistavano panche, mobili e cassoni e descrivevano il loro contenuto in maniera minuziosa e direi quasi con il gusto del dettaglio (Ibid., pp. 128-138).

I De Franchis erano e si sentivano aristocratici. Ma non c’era - contrariamente agli atteggiamenti di tantissimi altri feudatari non appartenenti neppure all’infima nobiltà di cappa - nel loro essere aristocratici nessuna esigenza di affermare in maniera plateale la indiscussa nobiltà del loro casato. Tutto era implicito nel loro coerente stile di vita, nella buona tenuta e nell’organizzazione concreta della loro residenza. Da questa realtà, cristallizzata dal notaio Vitale mediante i tocchi descrittivi dell’inventario di cui stiamo discorrendo e con la cura quasi maniacale dell’annotazione obiettiva di ogni oggetto, mi pare di poter desumere un complesso di percezioni visive di forme, di colori, di odori: dipinti, cornici, buffette, oggetti preziosi di oro, argento, ottone, cristalli di Boemia, coralli, avori, scarabattoli, strumenti musicali, fucili e schioppette da caccia e da diporto, sedie di appoggio alla veneziana, stoffe e damaschi azzurri, turchini, verdi, pregiati baldacchini dei letti e, non ultime, le raffinate nature morte in cristallo con composizioni di fiori, “cerase”, lime, uva, fichi neri con foglie verdi.

Da non trascurare la predilezione che i De Franchis nutrivano per i cavalli ai quali davano nomi di sicuro effetto e indicativi del temperamento di ciascuno di quei nobili animali quali Argento vivo, Tuttofuoco, Bandito ecc.

 Affido a questo punto il documento alla lettura diretta degli interessati con l’avvertenza che nella trasposizione del testo nel parlato corrente ho preferito lasciare un buon numero dei fonemi originali perché facilmente comprensibili e assai utili per lo studio, sempre affascinante, dell’evolversi della lingua e, quindi, della civiltà nello scorrere del tempo.

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